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12/01/2026 17:18
I numeri sono piuttosto chiari: su oltre 54 mila iscritti, solo 22.688 studenti sono risultati idonei, con poco più di 17 mila posti disponibili. I risultati dei test d’accesso alla facoltà di Medicina riaccendono il dibattito sulla riforma voluta dal governo, che avrebbe dovuto rivoluzionare l’ingresso a una delle facoltà universitarie più ambite nel segno dell’equità e della trasparenza.

Da un lato, gli studenti sono pronti a un ricorso collettivo al Comitato europeo dei Diritti sociali per chiedere l’ingresso in sovrannumero: dall'altro la riforma torna ad essere terreno di scontro politico, con toni che ricordano certe battaglie della Lega "originale". Ad accendere la miccia è l'ex ministro Roberto Castelli, che ha lasciato il Carroccio nel 2023, e che oggi - da segretario politico del Partito Popolare del Nord - parla addirittura di graduatorie “meridionaliste”. "Siamo davanti a un’anomalia clamorosa - commenta Castelli: i voti più alti nella graduatoria nazionale si concentrano in maniera abnorme in soli 4 atenei italiani — Napoli, Bari, Catania e Catanzaro — mentre il resto del Paese resta tagliato fuori da un accesso equo e trasparente alla professione medica. Questo non è merito, conclude l'ex ministro, è un allarme".

Scorrendo la graduatoria, in realtà, si vede come in tante città - non solo del nord - i test siano stati uno scoglio difficile da superare per moltissimi ragazzi: se a Pavia solo il 19% degli iscritti ha superato l’esame di Fisica, all’università di Teramo quasi nessuno ha raggiunto il 18. Risultato? Molti studenti perderanno l'anno. Insomma, la questione territoriale sembra che c'entri davvero poco. Il tema vero riguarda le fragilità "strutturali" della riforma, quelle sì denunciate più volte in tutta Italia: e senza distinzioni tra nord e sud.