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24/06/2026 19:03
Il video riporta fatti di cronaca con finalità esclusivamente informative e giornalistiche, nel rispetto delle persone coinvolte.

Non è più soltanto un’indagine su un errore umano. Adesso la Procura vuole capire se anche la macchina, in quei secondi decisivi, abbia fatto davvero tutto quello che doveva fare. È il nuovo fronte aperto sul disastro del tram 9, il deragliamento del 27 febbraio in viale Vittorio Veneto che ha provocato due morti e oltre cinquanta feriti. Dagli uffici del Tribunale di Milano hanno deciso di andare più a fondo e hanno affidato un nuovo incarico al consulente tecnico Fabrizio D’Errico. Non basta più sapere cosa è successo. Adesso bisogna capire se i sistemi di sicurezza hanno funzionato davvero come dovevano.
La scatola nera aveva già consegnato un dato pesante: la frenata automatica d’emergenza è partita. Ma soltanto all’ultimo, a pochissimi metri dall’impatto. Troppo tardi. Ed è proprio questo il punto. Quel sistema, per attivarsi, aspetta trenta secondi senza segnali dal conducente. Una finestra che oggi finisce sotto la lente. Perché in altre città, con mezzi simili, i tempi sono più stretti. D’Errico dovrà ricostruire non solo se quel meccanismo fosse adeguato, ma anche da chi venga fissato quel limite: dal costruttore, dal committente o dalla normativa.
L’altro fronte resta quello dell’autista, Pietro Montemurro, sessant’anni, unico indagato. I dati raccontano che a un certo punto smette di intervenire: salta una fermata, imbocca una traiettoria sbagliata e non corregge più. Lui parla di un malore, di un blackout improvviso. Adesso le due linee si incrociano: da una parte le condizioni del conducente, dall’altra i tempi di risposta del sistema.