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04/02/2026 19:12
Il ghiaccio c’entra, ma non è quello delle piste. La polemica che accompagna le Olimpiadi di Milano Cortina nasce da una parola: Ice. Così si chiamava lo spazio americano pensato per accogliere atleti, sponsor e delegazioni: Ice House. Un nome neutro solo in apparenza, che a Milano ha acceso proteste e manifestazioni per l’assonanza con l’agenzia federale statunitense per l’immigrazione.
Nel giro di pochi giorni, il caso diventa politico. In piazza scendono attivisti, associazioni e cittadini contrari a ogni ambiguità simbolica durante i Giochi. E mentre le proteste crescono, arriva la retromarcia: Ice House cambia nome.
Da oggi si chiama Winter House. Stesso luogo, stessa funzione, ma un messaggio decisamente più freddo. In senso letterale.
La decisione, confermata anche dai media internazionali, viene letta come una mossa per abbassare la tensione e riportare il racconto olimpico su binari più sportivi. Intanto, attorno ai Giochi, la presenza americana prende forma in città tra eventi, partner ufficiali e spazi di rappresentanza. Moda, sport e comunicazione si intrecciano, mentre l’attenzione resta altissima.
Alla Winter House saranno accolti pattinatori, squadre di hockey, ospiti e leggende dello sport statunitense. Uno spazio privato, raccontato però minuto per minuto dai media e dai social, destinato a diventare uno dei punti di ritrovo più osservati delle Olimpiadi. A Milano Cortina 2026, dunque, non si gioca solo sul ghiaccio: anche le parole, ormai, fanno parte della gara.