Videonews


26/08/2026 15:45
Il video riporta fatti di cronaca con finalità esclusivamente informative e giornalistiche, nel rispetto delle persone coinvolte.

Aumenti solo promessi, ma la realtà è ben diversa. È quello che ha rilevato la Procura di Milano sulla situazione che lega Glovo e i rider, a seguito dell’inchiesta per caporalato per cui la multinazionale è stata posta in controllo giudiziario. La società aveva stretto un patto con i magistrati per regolarizzare i ciclofattorini, aumentando il loro compenso a 14 euro l’ora anziché 10 (e comunque 3 euro a consegna invece di 2,50).
L’erogazione della paga avviene in modo automatizzato, tramite la piattaforma che gestisce i rider, che calcola un “tempo effettivo calmierato”, considerando anche le attese fuori dai locali, nel traffico e tra un ordine e l’altro. Ma la Procura ha constatato che il sistema decurta 3 ore lavorative ogni 10. No secco, quindi, del pm Paolo Storari all’istanza presentata da Glovo al gip Roberto Crepaldi di far cessare il controllo giudiziario a cui era stata sottoposta a febbraio.
Il titolare dell’inchiesta, facendo appello agli articoli 12 e 14 del decreto Meloni n. 62 di maggio, ha chiesto che alla multinazionale venga imposto di rendere trasparenti le modalità con cui la piattaforma eroga i pagamenti e di assumere i rider come lavoratori subordinati. Se non tutti, almeno quelli para-professionali, cioè quei 4 mila che fanno 4 mila consegne ciascuno l’anno, o i 1.200 che ne fanno 6 mila l’anno. Anche perché, la contrattualizzazione, ha rilevato Storari, fermerebbe un’evasione contributiva ai danni dello Stato stimata in 38 milioni di euro in 3 anni.
Rendendo trasparenti le logiche della piattaforma, i rider potrebbero anche così capire se sia vantaggiosa o meno per loro la retribuzione non più sulla base del “tempo stimato” ma di quello “effettivo calmierato”. Glovo, dal canto suo, ha manifestato sorpresa di fronte al cambio di traiettoria della Procura, con la quale aveva concordato l’adottato aumento dei salari per circa 12 milioni in più l’anno. L’azienda ha quindi precisato che preferirebbe uscire dall’Italia piuttosto che subordinare i rider, giudicando il passaggio economicamente insostenibile.