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12/06/2026 18:25
Il video riporta fatti di cronaca con finalità esclusivamente informative e giornalistiche, nel rispetto delle persone coinvolte.

Era detenuto nella sezione riservata ai casi considerati più a rischio. Eppure Lamin Sonko, trent’anni, originario del Gambia, si è tolto la vita nel carcere di San Vittore. Una morte che riaccende il dibattito sulle condizioni delle persone più fragili all’interno dei penitenziar italiane.i
Sonko era arrivato a Milano il 18 maggio. Alla stazione Centrale, appena sceso da un treno proveniente dall’Emilia Romagna, aveva estratto un machete in mezzo ai viaggiatori, seminando il panico. L’intervento della Polfer era stato immediato: prima il tentativo di fermarlo, poi il taser e infine l’arresto.
Da quel momento il trasferimento a San Vittore. Ma il punto che oggi fa discutere è un altro: il trentenne era stato messo dietro le sbarre con una diagnosi di psicosi e, secondo quanto denunciato dalla Fondazione Casa della Carità, era stato rinchiuso in una “cella liscia”, spoglia, senza arredi, pensata per i detenuti più vulnerabili.
Nei giorni prima della morte avrebbe chiesto più volte di poter sentire la madre. Una richiesta che, secondo la Fondazione, non sarebbe mai stata accolta. Nessuna uscita per l’ora d’aria, nessun contatto, nessuno spazio di relazione.
Ed è proprio questo a sollevare oggi le domande più pesanti: quanto può reggere una persona già segnata da una fragilità psichica se la risposta resta solo custodirla e isolarla?
Quello di Sonko è il ventottesimo suicidio in carcere dall’inizio dell’anno. Un numero che continua a crescere e che riporta sotto i riflettori un sistema dove troppo spesso il confine tra detenzione e abbandono resta drammaticamente sottile.