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01/10/2026 17:20
C’è una parola che, a sorpresa, mette d’accordo due possibili candidati sindaco agli antipodi: “accessibile”.

La usa Silvia Sardone nell’intervista a Milano Quotidiano, parlando della Milano che secondo lei deve tornare a essere vivibile per chi ci abita.
E la usa, nei fatti, anche Pierfrancesco Majorino, che nel suo video-manifesto parla di una città che oggi “attrae e respinge”, soprattutto per il costo della vita, e che ha bisogno di cura e di cambiamento.

Due punti di partenza simili. Ma è proprio qui che finiscono le somiglianze.
Majorino prepara quella che potrebbe essere la sua candidatura alle Comunali del 2027 partendo dai quartieri: case popolari, piscine da riaprire, sport, cultura, verde, meno cemento e un grande piano di piantumazioni. E soprattutto una città dove, dice, nei quartieri devono essere le persone a contare più dei fondi immobiliari.
Il suo appuntamento è fissato per il 22 ottobre al Teatro della Quattordicesima. E già il titolo scelto racconta la direzione: “Una nuova pagina da scrivere”.

Una formula che però diventa immediatamente terreno di scontro con Sardone.
Perché la domanda della candidata della Lega è: nuova pagina rispetto a cosa?
Sardone gli contesta di proporre oggi interventi sulle periferie, sui servizi e sulla qualità della vita dopo dieci anni di amministrazioni di centrosinistra, ricordando anche il ruolo avuto dallo stesso Majorino.

È quindi qui che la parola “accessibile” diventa interessante: non tanto perché entrambi la pronunciano, ma perché ciascuno la riempie di contenuti diversi.
Per Majorino, una Milano accessibile passa soprattutto dalla casa, dai servizi, dal lavoro, dagli spazi pubblici e dalla possibilità di continuare a vivere nei quartieri.
Per Sardone, il tema comprende invece anche sicurezza, mobilità, degrado e costo dei servizi, con una critica molto più ampia alle scelte delle amministrazioni Sala.

E così la sfida per il 2027, almeno per ora, può essere raccontata non soltanto attraverso i nomi dei candidati, ma attraverso una domanda molto concreta: chi può ancora permettersi di vivere a Milano e che cosa significa, davvero, rendere la città accessibile?
Una domanda sulla quale sembrano essere tutti d’accordo. Le risposte, invece, sono già molto diverse.