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23/10/2026 16:59
Eccellenza sul palco, dignità anche fuori, era uno degli slogan comparsi davanti al Teatro alla Scala durante la protesta dei lavoratori delle scorse settimane. Una frase che riassume il cuore della vertenza che li vede protagonisti: come continuare a garantire uno dei teatri più prestigiosi al mondo, senza lasciare indietro chi ogni giorno lo fa funzionare.

Già alcuni scioperi hanno fermato le attività del Piermarini e fatto saltare la prima del Faust. Durante il presidio, musicisti e coristi hanno intonato anche il Va’, pensiero, trasformando la protesta in una vera e propria esibizione fuori dal teatro.

Al centro dello scontro c’è il rinnovo del contratto. I sindacati CGIL, CISL, UIL e FIALS chiedono un aumento del 15 per cento della retribuzione annua lorda, per recuperare almeno in parte il potere d’acquisto eroso dall’inflazione negli ultimi anni.
Una richiesta che, secondo i rappresentanti dei lavoratori, non è semplicemente una rivendicazione salariale.

Perché dietro il sipario non ci sono soltanto direttori d’orchestra e artisti. Ci sono tecnici, maestranze, personale amministrativo, orchestrali e coristi. Professionalità che richiedono anni di formazione e che devono fare i conti anche con il costo della vita a Milano.

Dall’altra parte c’è il nodo economico. Secondo le stime della Scala, accogliere le richieste sindacali comporterebbe un impegno di circa 37 milioni di euro in tre anni. Una cifra che rende evidente la difficoltà della trattativa.

La domanda, allora, va oltre lo sciopero e una prima cancellata: quanto costa mantenere un’eccellenza culturale come la Scala, e quanto vale il lavoro delle persone che la rendono possibile?
Il sipario sul Faust si è fermato, ma la questione resta aperta: trovare un accordo che tenga insieme sostenibilità economica, dignità salariale e futuro del teatro.