Videonews


23/01/2026 17:03
Il video riporta fatti di cronaca con finalità esclusivamente informative e giornalistiche, nel rispetto delle persone coinvolte.

Succede a Milano, al Palazzo di Giustizia. E succede prima ancora che l’udienza cominci.
Un avvocato entra in aula per un processo delicatissimo, una violenza sessuale aggravata su una minorenne. Si avvicina al banco dei giudici e nota una dozzina di fogli appoggiati sul fascicolo. Li guarda. E legge.
Il verdetto.
Secondo quanto raccontato dal difensore, il legale Paolo Cassamagnaghi, in quelle pagine c’era già scritto tutto: la penale responsabilità dell’imputato e l’attendibilità della persona offesa. Mancava solo un dettaglio: la pena. Lo spazio, quello, era ancora vuoto.
È lo stesso Cassamagnaghi a spiegare che, dopo una breve interlocuzione informale con i giudici della sesta sezione penale, insieme alla collega Roberta Ligotti, ha depositato immediatamente un’istanza di ricusazione nei confronti del collegio, ritenendo che quel verdetto fosse già stato scritto prima della conclusione del procedimento.
Eppure il processo non era finito. Anzi. Doveva ancora essere ascoltata la consulente tecnica della difesa, chiamata proprio a valutare l’attendibilità della presunta vittima. Altro che sentenza: si era ancora nel pieno dell’istruttoria dibattimentale.
A quel punto, i giudici del collegio hanno deciso di astenersi. È arrivata poi la decisione del presidente del Tribunale di Milano, Fabio Roia. In quei fogli, scrive, non c’era una sentenza ma appunti di lavoro interni. Valutazioni parziali. Non un giudizio definitivo. Ma sufficienti, comunque, a far scattare l’astensione, per evitare anche solo il sospetto di una mancanza di imparzialità.
Conclusione: giudici cambiati e processo che dovrà ripartire. Perché in tribunale, si sa, le sentenze arrivano alla fine. Almeno, di solito.