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18/06/2026 18:16
Il contenuto affronta un evento sensibile in chiave informativa e giornalistica, con l’obiettivo di fornire contesto e comprensione dei fatti.

Non una mafia che resta nell’ombra, ma un sistema che si muove, decide, minaccia e, secondo la Procura, arriva anche a uccidere. È questa l’immagine che la Dda di Milano porta in aula nel processo Hydra, uno dei filoni più pesanti aperti negli ultimi anni sui rapporti tra ’ndrangheta, camorra e cosa nostra in Lombardia.
Intanto il primo punto è deciso: il procedimento resta nel capoluogo meneghino. I giudici hanno respinto la richiesta delle difese di trasferire tutto a Busto Arsizio, stabilendo che il primo incontro chiave di questo presunto “consorzio” sarebbe avvenuto nel giugno 2020 a Inveruno, nel Milanese.
Da lì si apre una maxi inchiesta costruita in anni di lavoro: 45 imputati, 270 indagati, oltre 2.500 intercettazioni e una richiesta di sentire in aula quasi 500 persone, tra cui 291 investigatori, collaboratori di giustizia e testimoni.
Un’indagine che ha preso forza anche dalle dichiarazioni del collaboratore Emanuele De Castro, figura di vertice della locale di Lonate Pozzolo, arrestato nell’operazione Krimisa, e considerato uno degli snodi chiave per ricostruire questa rete di rapporti e alleanze.
Per i pm Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane, Hydra racconta un sistema tutt’altro che silenzioso: accanto alle infiltrazioni nell’economia, ci sarebbero estorsioni, intimidazioni e perfino un caso di lupara bianca, quello legato alla scomparsa di Gaetano Cantarella nel febbraio del 2020. La Procura ha chiesto anche il deposito di nuove intercettazioni e verbali dei pentiti. Il prossimo appuntamento è fissato per il 24 giugno