Videonews


21/09/2026 18:29
A volte il carcere non ha quattro mura.
Può trovarsi anche al primo piano di un ospedale, dietro una porta, con un agente a sorvegliare un detenuto che deve essere curato.

È quello che è successo all’ospedale Sacco di Milano. Un detenuto del carcere di Bollate, accompagnato in ospedale dopo aver accusato dolori al cuore, ha tentato di fuggire lanciandosi dalla finestra del primo piano.

Un tentativo finito male per lui: nella caduta si è fratturato una tibia ed è stato immediatamente bloccato dagli agenti della Polizia Penitenziaria. L’uomo, secondo quanto riferito, ha una pena con fine nel 2038. Ma il punto, adesso, non è soltanto capire come abbia fatto a tentare la fuga.

Perché quando un detenuto deve essere portato in ospedale, la sicurezza cambia completamente scenario. Non ci sono più le mura del carcere, i cancelli, i sistemi di controllo dell’istituto. C’è una struttura sanitaria aperta al pubblico, con corridoi, finestre, personale sanitario e pazienti.
E a sorvegliare il detenuto ci sono gli agenti incaricati del piantonamento.

Il tema, quindi, diventa più ampio del singolo episodio.
Chi accompagna un detenuto fuori dal carcere deve occuparsi della sua sicurezza, ma anche di quella degli altri. E deve farlo in un ambiente che, per sua natura, non è una struttura penitenziaria.

Insomma, la fuga dal Sacco è durata pochi secondi.
Ma riporta al centro una domanda molto più lunga: come si garantisce la sicurezza quando il carcere, per necessità, deve entrare in un ospedale?
Ed è su questo che ora si concentra il confronto tra amministrazione penitenziaria e sindacati.