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05/05/2026 18:47
Il Tribunale del Riesame di Milano dice no al ricorso di Christian Malangone, direttore generale del Comune, indagato turbativa d'asta e rivelazione del segreto d'ufficio nell’inchiesta sulla vendita di San Siro. E conferma la regolarità delle perquisizioni e dei sequestri eseguiti dalla Guardia di Finanza lo scorso 27 marzo. Tradotto: telefoni, computer e documenti restano sotto la lente degli investigatori.
Il punto dello scontro era proprio questo. Malangone era stato l’unico tra i nove coinvolti e non fornire subito password e codice di sblocco. La sua difesa, con l’avvocato Domenico Aiello, contestava il metodo usato: ricerche con parole chiave – 140 per essere precisi - su un arco di sette anni. Troppo ampio, secondo il legale, perché così si finiva per analizzare quasi tutto l’archivio personale, oltre il 98% dei dati, fino a 388 mila messaggi su 392. Per questo era stata proposta un’alternativa: consegnare solo tre cartelle mirate, legate alle trattative sul Meazza, ai rapporti con Inter e Milan, ai contratti e alla documentazione sullo stadio. Ma il 30 aprile i giudici Galli, Ambrosini e Amicone hanno respinto il ricorso: per i pm Giovanna Cavalleri, Paolo Filippini e Giovanni Polizzi, quella messaggistica è centrale: Malangone viene indicato come il referente più diretto nei collegamenti tra Palazzo Marino e i soggetti privati, vale a dire i due club.
Ed è proprio lì che gli inquirenti cercano riscontri sull’ipotesi di una procedura orientata, costruita — secondo l’accusa — per favorire i nerazzurri e i rossoneri e scoraggiare altri possibili interlocutori.
I contenuti potrebbero chiarire anche un passaggio delicato del giugno 2025: una bozza di documento sul valore dell’area, diversa in alcuni punti rispetto alla versione finale, con modifiche che — per le Fiamme Gialle — avrebbero reso coerenti le valutazioni economiche già espresse.