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22/10/2026 17:29
Di fronte alle immagini degli scontri e dei saccheggi, colpisce soprattutto un dato: tra i minorenni identificati c’è anche un ragazzo di appena 11 anni. Un fatto che ci obbliga a porci una domanda: come si arriva, così giovani, a considerare la violenza e il vandalismo comportamenti possibili?
La risposta non può essere una sola. Servono controlli, regole certe e responsabilità individuali. Ma se ci fermiamo alla repressione, interveniamo quando il problema si è già manifestato. Bisogna anche capire cosa succede prima.
I dati ci offrono uno spunto importante. Secondo l’ISTAT, il 21% dei ragazzi tra gli 11 e i 19 anni dichiara di subire episodi di bullismo in maniera continuativa. E il 17% preferisce non pensare al proprio futuro. Sono numeri che raccontano un mondo giovanile complesso, nel quale convivono fragilità, paure e grandi potenzialità.
La famiglia non è l’unica risposta, ma è uno dei primi luoghi in cui si impara a distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, a rispettare gli altri e a gestire la frustrazione.


All’Università Cattolica di Milano, un convegno per i 50 anni del Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia si lega estremamente al tema di attualità.

Perché una città più sicura non si costruisce soltanto con più controlli nelle strade. Si costruisce anche facendo in modo che un ragazzo trovi, nella propria famiglia e nella propria comunità, ascolto, regole, opportunità e un motivo concreto per guardare al futuro.