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02/09/2026 18:39
Quando era a terra, dopo aver ricevuto un pugno, Massimo Adriatici “doveva sapere” che Youns El Boussettaoui era disarmato. Ma ha sparato lo stesso. Per questo non poteva trattarsi di legittima difesa. È quanto emerso dalle motivazioni della sentenza (dello scorso febbraio, ma appena depositate) con cui il giudice di Pavia, Luigi Riganti, ha condannato l’ex assessore (ed ex poliziotto) di Voghera a 12 anni di carcere per la morte del marocchino, colpito in piazza Meardi la sera del 20 luglio 2021.
Per arrivare a questa conclusione i giudici si sono basati anche sulle ricostruzioni 3D, mostrate in aula durante il processo. Ricostruzioni che ora, dopo la condanna di primo grado, sono state rese pubbliche.
In un primo tempo, in base alle analisi della traiettoria d’ingresso del proiettile nel torace della vittima, si era ipotizzato che lo sparo fosse avvenuto pochi istanti dopo il colpo sferrato da El Boussettaoui ad Adriatici. Mentre questi stava cadendo a terra. In seguito, incrociando le ricostruzioni con le testimonianze raccolte dagli inquirenti, è emerso che il colpo sarebbe partito quando l’ex assessore era già steso a terra, quando il marocchino gli si stava avvicinando di nuovo con fare minaccioso.
Non è dato sapere quali fossero le sue reali intenzioni.
Il proiettile calibro 22 lo ha raggiunto al torace, uccidendolo.
La sproporzione tra offesa e difesa, secondo il giudice, sta proprio qui: Adriatici era consapevole che El Boussettaoui fosse disarmato e che non ci potessero essere oggetti contundenti che potesse raccogliere e usare contro di lui. Quindi che, in pratica, non fosse in pericolo di vita.
Secondo la difesa di Adriatici (che ha annunciato il ricorso in Corte d’Appello) tuttavia “attribuire a una persona appena atterrata da un violento colpo al viso, e con una nuova aggressione in corso, la capacità di assumere una decisione lucida nell’arco di un secondo costituisce un non-senso”.