Videonews


18/05/2026 18:43
Il video riporta fatti di cronaca con finalità esclusivamente informative e giornalistiche, nel rispetto delle persone coinvolte.

Dietro le sbarre c’è un mercato che vale oro. Nel carcere di Opera un grammo di hashish, che fuori costa dieci euro, viene venduto a cento. Un microcellulare può arrivare a ottocento euro, uno smartphone fino a duemila. E c’è persino il “phone sharing”: il telefono affittato a trecento euro al giorno.
È il sistema ricostruito dall’inchiesta della polizia penitenziaria e del pubblico ministero Rosario Ferracane, che ha chiuso le indagini nei confronti di sei persone.
A far scattare l’indagine è stato un episodio dello scorso novembre. Durante un colloquio, il figlio di un detenuto viene sorpreso con 350 grammi di hashish nascosti tra scarpe e giubbotto. Una quantità da cui, secondo gli investigatori, si sarebbero potute ricavare quasi quattromila dosi. Al centro del sistema ci sarebbe il padre, 44 anni, che dalla cella impartiva ordini, chiedeva telefoni, organizzava acquisti e minacciava chi non pagava. Fuori dal carcere a gestire i contatti con fornitori e debitori ci sarebbe stato il figlio. Nella rete, secondo gli inquirenti, anche la nonna, che faceva arrivare la droga nei pacchi con il nome in codice “ammorbidente”, e un secondo figlio minorenne.
Il business, spiegano gli investigatori, prosperava sulla fragilità di molti detenuti, spesso dipendenti da sostanze e incapaci di saldare i debiti.
E quando i conti non tornavano, entravano in scena minacce, estorsioni e violenze. Un’economia parallela dove tutto si compra e tutto si paga a caro prezzo.